. Le ultime riflessioniDopo
Falci
la tematica del mondo contadino subisce inevitabilmente una svolta: sono sempre meno i testimoni diretti del mondo mezzadrile e con il passare del tempo questo legame viscerale con le radici, questo senso di appartenenza ad una cultura condivisa, diventa sempre più labile; i monticchiellesi non sono più contadini, ma forse non sono neppure uomini di domani. Ha un senso, allora, mettere in scena un mondo che ha ormai pochi legami con la vita presente? Ed è possibile continuare il Teatro Povero eliminando quello che per decenni è stato il suo filo conduttore? Come non perdere la memoria delle radici? E come trovare altri modi e altri punti di riferimento per garantire la sopravvivenza di una comunità così piccola?
Queste riflessioni si concretizzano negli spettacoli in modi diversi: nel 2001 con Manonèabusodipodere?! gli ultimi assediati ma ostinati contadini non vogliono tagliare il legame con la terra e con
il modo di vita che essa simboleggia, nonostante le lusinghe del denaro, i poderi modificati e snaturati da nuovi utilizzi, i campi che diventano giardini recintati da cancelli che separano le proprietà e le singole
esistenze.
TE PO PO TRA TOS museum del 2002 affronta il problema prendendo spunto dalla realizzazione del museo nell’edificio simbolo della fatica dei mezzadri: il granaio della fattoria dei
proprietari terrieri. L’acquisto del granaio da parte della cooperativa del teatro assume il significato del riscatto sociale, ma la sistemazione del museo proprio in quell’edificio sembra relegare definitivamente le
radici in un passato sepolto, con il rischio della museificazione della propria matrice culturale e la paura di essere ormai non più vitali e creativi bensì “pezzi da museo”. Un altro timore viene espresso qui come in
altri spettacoli, quello che il teatro prenda il sopravvento sulla vita, che Monticchiello diventi solo un fenomeno da osservare e che tutto, quindi, diventi uno spettacolo, o peggio, un museo.
Passarà
riflette sul destino delle piccole e “insignificanti” comunità, toccando anche il tragico tema della guerra, con il racconto dell’assedio di Carlo V a Monticchiello nel 1553.
Infine, in Fola 2004,
viene riproposto l’antico racconto popolare della “Fola di Campriano”. Ma perché Campriano? Perché il timore di non saper più raccontare il mondo delle radici ci porta ad usare una novella già scritta, simbolo del
teatro di un tempo; “o Campriano o nient’altro!” si dice nello spettacolo. Questa provocazione viene contrastata da voci nuove che si inseriscono nel tessuto sociale di Monticchiello, e dalle voci, poche ma vive, della
civiltà contadina che via via interrompono la narrazione della fola. Anche quest’anno non c’è stato il silenzio, ma per quanto ancora? E in quale modo? Questo spettacolo, con la necessità che esprime di trovare nuovi
stimoli e motivazioni per portare avanti l’attività teatrale e la vita comunitaria, non a caso prende vita in un contesto scenico diverso, non più Piazza S.Martino, ma, dopo 38 anni, Piazza della Commenda