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  LA STORIA DEL TEATRO POVERO                                  8/9

8.  Quovadimus

      Dallo spettacolo del 1986, La sortita, si apre un ciclo nuovo; i temi ruotano sempre intorno alla radice contadina, in un continuo rapporto tra passato e presente. E’ la fase della ricerca di ogni forma di utilizzo di questa radice; si cerca di esplorarne ogni aspetto  al fine di smitizzare il mondo contadino, necessità già da tempo avvertita nella comunità monticchiellese. I contadini richiamano importanti verità storiche, drammatizzano le vicende che li hanno visti protagonisti, dai conflitti politici, alla guerra, alla conquista della terra, alla crisi del sistema mezzadrile.

Lo spettacolo che interpreta il passaggio epocale di queste comunità è Millanta che affronta il tema dell’esodo, tema peraltro comune anche all’uomo moderno. L’autodramma è precisato nell’abbandono della terra, della storia, della vita come era stata fino a quel momento ma è rappresentato senza introdurre elementi tragici; lo spettacolo offre anche le tenerezze dell’evocazione di altri tempi e attraverso l’ironia si salva dal tono apocalittico.

In questo sfondo nuovi temi e nuove paure vengono portati in scena; così è lo spettacolo 1991 dove il ricordo di vecchie sofferenze e il sorriso di intime e umili dolcezze si mescolano a dubbi laceranti e a nuovi problemi inattesi. La crisi irreversibile del sistema mezzadrile irrompe nella scena generando nuovi smarrimenti; se da una parte infatti viene avvertita come un senso di liberazione da una condizione subalterna nella quale il controllo sociale e il paternalismo avevano contribuito a cristallizzare una condizione per secoli, dall’altra coglie i protagonisti impreparati di fronte ad un cambiamento radicale proprio nel momento in cui i contadini avrebbero potuto realizzare il sogno di diventare finalmente padroni di quella terra che per tanto tempo avevano desiderato.

Sulla stessa idea di contaminazione tra attualità e memoria, tra teatro e realtà si costruisce Sfratti che affronta il tema delle grandi masse dei “senza lavoro” che si aggirano nel mondo contemporaneo. Il testo stabilisce una tensione conflittuale dove mondo contadino e attualità danno luogo ad una vicenda senza interruzioni.

Gli spettacoli degli anni Novanta sono pervasi da questo senso di smarrimento che spesso affligge gli uomini in momenti cruciali della loro vita e che sovente li porta ad esiti imprevisti, quando non addirittura opposti rispetto alle intenzioni. Il secolo che sta finendo porta con sé inquietudini nuove ed è accompagnato da una lieve paura del domani; aleggia l’imminenza di qualche “strappo” a cui la storia condanna ciclicamente gli uomini.

      Il passato è quindi lezione severa e si configura come evento simbolico con il quale è difficile misurarsi; in un momento in cui il mondo contadino è impegnato, nella sua ultima stagione, a consumare lo strappo definitivo dalle sue forme eterne. Un processo doloroso questo che induce ora fascinazione ora disprezzo, attenzione o rifiuto; una serie di sentimenti che spingono i più ad ignorare il messaggio problematico che ci viene dal passato, ricoprendo tutti i conflitti sotto il velo dell’indifferenza.

      Il ciclo si chiude nel 1997 con Falci. Lo spettacolo affronta il tema centrale della memoria e in questo contesto, dopo trent’anni, cambia lo spazio scenico, sviluppato ora come racconto che si ferma solo casualmente davanti al pubblico e non più centrato sulla piazza. Quando i contadini abbandonarono i poderi lasciarono alcune tracce: il paesaggio agrario, le case, una piccola messe di oggetti abbandonati o dimenticati. Questi oggetti sono i protagonisti dello spettacolo. Quando il tempo corrode la sostanza materiale degli oggetti, della falce come in questo caso, ne altera le modalità d’uso e rende insignificante il gioco della memoria, allora si ha la sensazione che la fragile linea tra passato e presente sia interrotta, che i segni di un mondo carico di suggestioni si vadano perdendo in maniera irreparabile. La falce diventa protagonista, rimane sulla scena e provoca le reazione di chi rifiuta questi processi che ai più sembrano naturali, di chi non vuole rassegnarsi ai semplici confronti museali, di chi vuole restituire all’oggetto della memoria vita e dignità per non smarrire il passato, l’esperienza comune.

Il rapporto dialettico tra passato e presente permane anche negli ultimi spettacoli ma l’approccio, a partire dal 1998, diventa più riflessivo, più intimistico; non viene affrontato un tema preciso intorno al quale si sviluppa poi la riflessione ma piuttosto si parte da stati d’animo, da condizioni di disagio propri di questa epoca. La famiglia contadina è ancora sulla scena ma il suo utilizzo è quasi “surreale”. La scelta è quella di allontanare e oggettivare ulteriormente il contenuto della civiltà mezzadrile attraverso il recupero della “fola”, attingendo così al patrimonio della tradizione novellistica toscana.

Nel 1998 con Gerontectomia si affronta il tema della vecchiaia attraverso una serie di quadri paradossali che rappresentano in maniera grottesca alcune tendenze di questa epoca legate agli anziani. La naturale reazione al presente si realizza nella rivisitazione del mondo mezzadrile, mondo depositario di valori e modelli alternativi a quelli odierni. Ma anche il mondo contadino non produce risposte immediate e l’azione piomba nuovamente nel presente dove giovani e vecchi interpretano uno scambio delle parti in uno scenario ormai preoccupante.

      Uno spettacolo che non offre facili soluzioni e mette in piazza problemi che inducono una riflessione per cercare un senso comune che sfugga i modelli dominanti; nemmeno il passato offre un rifugio sicuro e la memoria viene vissuta in maniera dialettica nel senso che non la si nega ma nemmeno la si mitizza. Un testo che parla di noi, del nostro presente, del futuro che verrà, dei dubbi che ci perseguitano prima come individui quindi come comunità, senza però rinunciare al dialogo con il pubblico, al coinvolgimento che nasce dalla sovrapposizione tra finzione e realtà.

Altro tema attuale che pone problematiche importanti, la razionalizzazione delle risorse, viene affrontato con Quota 300; si parte dalla constatazione che al di sotto di certe soglie numeriche non è più giustificata l’erogazione dei servizi essenziali.  Il tema della modernità è affrontato direttamente e gli attori portano in scena tutti i dubbi che tormentano le piccole comunità come Monticchiello. Su questo orizzonte estremo si apre dunque l’intermezzo della favola di Campriano, astuto contadino che riesce a vendere ad avidi speziali oggetti “miracolosi”. La lezione di Campriano è subito messa in pratica dagli abitanti della piccola comunità che con l’oggetto “miracoloso”, la trombetta che resuscita i morti, moltiplicheranno a piacimento il numero degli abitanti riuscendo a prendersi gioco dei creduli ministri della modernità ed offrendo al pubblico una conclusione problematica ma che non rinuncia a suggestioni poetiche.

La favola è presente anche nello spettacolo del 2000 Quovadimus; a guidare la scena teatrale è infatti una favola antica della tradizione toscana, la novella di Gianni Stento, giovane sventato che non si sottrae mai a nessuna esperienza ma che non sopravvive alla vista del suo “didietro”, alla parte ignota del suo essere. La favola anche in questo spettacolo serve per guardare dal passato il viaggio verso il futuro della comunità. Il tema dell’identità fa da sfondo alla riflessione collettiva: per chi possiede una identità fortemente legata al passato, ai gesti, alle parole, agli ambienti, il viaggio verso il futuro comporta rischi e lacerazioni ad altri ignote. La tentazione è forte, costerà rinunce e sacrifici ma perché tirarsi indietro? Un viaggio nella modernità affrontato con ironia da chi non ha più gli strumenti adatti a leggere i cambiamenti.

Nell’anno 2000 Monticchiello racconta insomma nuove ansie, i tormenti e le passioni della gente davanti all’incalzare della modernità, uno stato d’animo comune, un conflitto che appassiona, simbolo di una inquietudine che cresce e che il Teatro Povero ha fatto suo in questi ultimi anni.

1. LA FASE INIZIALE

2. L’AUTODRAMMA

3. LA MEMORIA CONTADINA

 4. 1980. NASCE LA COOPERATIVA DEL TEATRO POVERO

 5.   1981. LA PIAZZA. LO SPETTACOLO DELLA SVOLTA

 6. IL COLLETTIVO

 7. I NUOVI ORIENTAMENTI

 8. QUOVADIMUS

9. LE ULTIME RIFLESSIONI

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