Negli spettacoli successivi al 1981 il Teatro Povero sembra aver rinnovato lo stile tradizionale seguendo indicazioni più moderne. La
società contadina non viene più recuperata soltanto attraverso macchiette bozzettistiche, ma è analizzata e scrutata criticamente in tutti i suoi aspetti, insistendo molto sul lato filosofico e sociologico del tema.
“ZoIlet” ne è l’esempio lampante. Il titolo è appunto un neologismo pubblicitario per designare la vecchia zolla di terra che, in un mondo plastificato e sintetico, non potrà che essere “venduta” in
scatole nei banconi del supermercato. Si tratta di “terra in lattine”, simbolo di qualcosa che è ormai messo alla portata di tutti, dopo essere stato in passato privilegio per pochi. “Zollet” è dunque un
lavoro ironico, incentrato sulla contrapposizione tra la tendenza al risparmio propria della vecchia famiglia contadina e lo spreco imposto dall’odierno consumismo.
All’affollarsi dei motivi intorno al tema
centrale, la nuova regia apporta come un duplice registro: quello dell’immediatezza rurale, di un linguaggio e di modi recuperati dal bagaglio espressivo della famiglia contadina di questi luoghi e quello,
coraggioso e abbastanza insolito per Monticchiello, di una metafora surreale fino a conseguenze da “teatro dell’assurdo”.
Con Zollet
cambia la struttura complessiva degli spettacoli; fino ad allora viene individuato un momento che introduce chiaramente l’argomento con un’azione rievocativa, sempre scaturita da un fatto della storia e della tradizione del paese o da una situazione locale. Quindi si cerca di trasferire l’argomento sul piano simbolico e si mostra come quegli avvenimenti abbiano avuto un significato emblematico per la generazione contemporanea e, in prospettiva, per l’avvenire. Infine gli attori si spogliano definitivamente del loro personaggio per ritornare se stessi e cominciano a giudicare quello che hanno rappresentato cercando di provocare l’intervento degli spettatori. L’ultima parte sfocia quindi in una sorta di dibattito in cui vengono espresse le varie posizioni degli abitanti - attori.
A partire dagli anni Ottanta Andrea Cresti, insieme a Marco Del Ciondolo, Maria Rosa Ceselin e Vittorio Innocenti, costruisce un’operazione completamente diversa: il dibattito è accantonato, la
struttura del testo è ridotta da tre a due atti, si drammatizza anche l’ultima parte dello spettacolo forzando i meccanismi teatrali fino ad evidenziare, spesso in modo paradossale, il problema attuale. Problema che
viene quindi proiettato in un ipotetico futuro non prima di averlo esasperato. Andrea Cresti trasporta nella scena del Teatro Povero il segno del suo poliedrico estro artistico, introducendo nella scena il suo stato
d’animo di intellettuale sempre attento alle contraddizioni e ai paradossi che porta con sé il mondo contemporaneo.
Anno dopo anno si è dunque eliminata la retorica contadina connotata da proverbi e
facili umorismi, raggiungendo una purezza di stile nell’uso del dialetto locale e impadronendosi completamente dei meccanismi interni del teatro