Il teatro a Monticchiello è nato in piazza ed è proprio la piazza che ospita gli spettacoli, trasformandosi ogni anno in un sorprendente palcoscenico, scena ideale per la rappresentazione degli autodrammi. Al di
là della sua funzione scenica infatti, la piazza è da sempre il centro di aggregazione civile, di confessione, di decisioni, di autoanalisi. Ed è proprio alla piazza allora che viene dedicato lo spettacolo dell’81,
al luogo protagonista della vita contadina in una comunità storica che, dalla desolazione dell’esodo rurale, assume un nuovo significato attraverso l’invenzione scenica e, grazie ad essa, ritrova la propria
vitalità, il proprio ruolo di luogo di concentrazione delle attività paesane.
Il titolo è estremamente preciso. Si vuole dimostrare che cosa ha significato la piazza nel passato e nel presente; ed
anche che cosa potrà significare nel futuro questo cuore pulsante della comunità borghigiana. Si parla allora de La Piazza come del più “autodrammatico” fra gli autodrammi del Teatro Povero e mai come in
questa occasione gli abitanti rappresentano se stessi nel luogo deputato della loro vita civile.
Il testo per la prima volta non è opera di Mario Guidotti ma è invece scritto dalla gente del paese. Per questo atto
di riflessione e di memoria la comunità di Monticchiello agisce in piena autonomia anche espressiva e in assoluta collettività nel mettere in moto un meccanismo sociale estetico ormai ben strutturato e libero.
La Piazza è una sorta di epilogo alla lunga serie di rappresentazioni sulla società e sulla famiglia contadina, ma è anche una retro-storia della messa in scena, l’analisi di un dubbio che nasce dal non capire
più bene il senso di cosa si fa, proprio mentre si vuole continuare a farlo.L’idea nasce da una sofferta condizione di saturazione della tematica della famiglia contadina che molti a Monticchiello, considerano
esaurita. Nasce così il nuovo Teatro Povero.
Fin d’ora, infatti, il mondo contadino era stato rappresentato puntando sugli aspetti più godibili e divertenti. All’interno di ogni spettacolo
emergevano figure ricorrenti che incarnavano lo spirito popolare, beffardo ed ironico, dando vita a pittoresche macchiette. Da questo momento invece, l’ottica viene spostata; si cerca di analizzare la famiglia
colonica con rigore critico, cercando di recuperare l’aspetto più problematico, magari meno divertente, ma sicuramente più rispondente alla realtà.
La Piazza è dunque lo spettacolo della
svolta; un primo ciclo di produzioni si esaurisce e se ne annuncia o se ne cerca un altro. L’autodramma vive infatti una fase di ripensamento e il 1981 si propone come anno di transizione in attesa che si
individuino le linee conduttrici di un nuovo ciclo. In questo spettacolo è nascosto il rischio di rompere l’esperienza. E’ infatti un insuccesso netto; lo spettacolo viene aspramente criticato dal momento che quasi
tutta la stampa specializzata e gli addetti ai lavori si erano abituati ad un cliché teatrale che rispettava certi canoni che in questo caso sono stati completamente ribaltati.