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2. L’autodramma
Nel 1969 ricorre l’anniversario di un episodio della
Resistenza; la vittoria “sul campo” di una battaglia partigiana ed una mancata strage dei nazisti a Monticchiello e gli abitanti, volendolo rievocare con uno spettacolo, chiedono la collaborazione del giornalista e
scrittore Mario Guidotti. Guidotti comprende subito l’entusiasmo, la volontà ed il piacere dei monticchiellesi per il
teatro. Cerca di rendere critico il modello di lavoro ludico degli abitanti del luogo e capisce che l’azione più efficace è l’approfondimento della realtà socio-culturale del paese stesso. Nel luglio del 1969 il
giornalista realizza lo spettacolo Quel 6 aprile del ‘44.
L’esperienza teatrale di Monticchiello si lega così al nome di Mario Guidotti dando origine al sodalizio da cui nascerà il concetto
di “autodramma” ed il vero “Teatro Povero”. Nel 1970 si presenta Noi di Monticchiello che diventa così un’ulteriore verifica
della nuova formula drammaturgica. Il discorso storico si concretizza nella rappresentazione di aspetti e problemi degli individui. La trama dello spettacolo non esiste e tutto poggia, scopertamente, sulla necessità di
esporre una situazione. Lo spettacolo consiste quindi in uno spaccato di vita borghigiana che propone un approfondimento dei problemi di una comunità depressa e pur protesa disperatamente alla propria affermazione.
Si può parlare di “teatro-verità”, “teatro-vita” scritto più che da un autore, dagli stessi personaggi, cioè dalla gente di
Monticchiello che, recitando se stessa (ed ecco allora l’autodramma), testimonia la propria realtà, presentandosi con le sue autentiche situazioni esistenziali e sociali.
È proprio dallo stile con cui vengono realizzati gli spettacoli del ‘69 e del ‘70 che Mario Guidotti trae ispirazione per attribuire
il nome di “Teatro Povero” alla esperienza drammaturgica del paese valdorciano. Dal 1969 al 1979 i testi del teatro di Monticchiello
nascono grazie alla mediazione svolta da Mario Guidotti che da una parte raccoglie le idee ed i pareri della comunità e dall’altra vi apporta i frammenti di una realtà più vasta rispetto a quella del borgo. Gli
spettacoli, nel corso di questi anni, mantengono intatta la formula dell’autodramma caratterizzato da uno schema drammaturgico ben preciso: la prima parte è ambientata nel passato, la seconda parte nel presente e, nel
dibattito conclusivo del terzo atto, si discutono prospettive ed ipotesi future. Vicende e personaggi del passato
vengono rapportati al presente per approfondire la storia attuale e proiettati nel futuro, accostando un frammento storico ad un evento del nostro tempo. La ritualità della scena viene scelta come possibilità di vivere
più da vicino i propri problemi, come stimolo ad un ripensamento critico, storico e culturale. È così che il contatto con la realtà presente, attraverso il confronto con il passato, si traduce in presa di coscienza dei
problemi. Il teatro, in questo caso, svolge dunque una “funzione sociale” che è quella di provocare in una
collettività un continuo esame di coscienza, di rinsaldarne le radici mantenendo il contatto con la realtà del momento. |