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Anche quest'anno la compagnia del Teatro Povero di Monticchiello porta in piazza un nuovo spettacolo, un
autodramma, secondo la celebre definizione che ne dette Giorgio Strehler.
Da gennaio le assemblee della compagnia e degli abitanti hanno iniziato a discutere i possibili temi, le scalette e
infine il copione dello spettacolo. Come sempre accade, in questa lunga fase di gestazione si mescolano dimensioni lontane: storie di vita, memoria del passato, echi del dibattito pubblico e politico...
La sintesi di quel percorso ci porta stavolta ad affrontare un tema chiave per l'intera vicenda di questa istituzione, ma latente in qualsiasi narrazione collettiva: ed è il rapporto tra generazioni, che
matura adesso entro difficili confini dettati da un'economia in gravi difficoltà e sullo sfondo di una situazione politica tutt'altro che rasserenante.
Lo spettacolo muove dunque da un
gruppo di conviventi per necessità piú che per scelta, i cui partecipanti sono inquadrati nella sempre piú sfilacciata, grigia e confusa galassia della cosiddetta condizione giovanile: saranno loro a
dover fare i conti da una parte con un manipolo di astuti "condizionatori occulti", che propongono astruse teorie di sopravvivenza economica ed esistenziale, dall'altra con la progressiva, fisiologica
necessità di presa in carico di responsabilità, non solo personali ma civili e politiche; responsabilità da soppesare anche in rapporto a quel passato, contadino e sofferto, che lancia tuttora segnali di
lotte antiche e partecipate. Cosí, mentre le altre generazioni assistono sgomente e incerte, indecise tra piú o meno recenti abitudini di pensiero, ansie, sensi di colpa, solidarietà e desideri di
riscatto, si consuma sulla scena/piazza, metafora di piazze ben piú ampie, l'incerto tentativo di ridare un senso condiviso al passaggio all'età adulta. Età che non riesce piú a promettere, come un
tempo, sostegno o garanzia di basi solide, di certe ricompense. Per prendere il volo, dunque, non resterà forse che la forza eversiva della fantasia...
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