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Anche quest'anno la compagnia del Teatro Povero di Monticchiello
porta in piazza un nuovo spettacolo, un autodramma, secondo la celebre definizione che ne dette Giorgio Strehler.Da gennaio le assemblee della compagnia e degli abitanti hanno
iniziato a discutere i possibili temi per lo spettacolo e subito l’attenzione si è focalizzata su un termine e poi su un paragone: il termine, in effetti quasi consumato da un quotidiano abuso mediatico, si
è imposto anche in virtù del paragone che permetteva di esplorare. Ecco dunque l’idea di dedicarsi alla crisi. C’era anzitutto un dato di partenza ‘interno’: anche la freschezza e la tenacia di
quella ricerca cui, con il teatro, si è dato vita in questo borgo, risentono adesso di un generale senso di inquietudine e di affanno. A ragioni personali e collettive si affiancano inevitabili difficoltà di
un contorno per cui l’attività culturale, troppo spesso, si riduce alla pur necessaria conservazione, smarrendo per strada le energie e le volontà necessarie a proseguire e coltivare un intendimento
dell’arte come strumento del - e per - il presente.
Dal punto di vista drammaturgico, ancora una volta, si presentava cosí l’esigenza di avvicinare dimensioni apparentemente lontane: il passato
contadino di queste terre si mescola con la smaliziata frenesia degli arrivisti nostrani, la farsa si trasforma repentina in disincanto, il grottesco si accende improvvisamente di una dignità umanissima che
gli attori si impegnano a esaltare.
Il collante di tutto questo doveva essere una qualche invenzione che tenesse conto della duplice dimensione, interna ed esterna, un simbolo tangibile che mostrasse
come la crisi fosse allo stesso tempo fuori e dentro, familiare ed estranea, un fuoco che non si capisce se sia più adatto a scaldare o incenerire: spunta dunque una stufa economica
come tante che molti potrebbero avere in casa, pronta però a bruciare un combustibile apocalittico e presentata come necessario adempimento di un’ambigua «solidarietà nazionale».
Cosí, di nuovo, il
piano dell’esperienza teatrale e quello piú vasto del quadro circostante si confondono, trovandosi entrambi dentro un meccanismo vissuto come inarrestabile e immodificabile, perciò paralizzante.
Diviene allora sempre piú necessario affinare la propria sensibilità, sapersi osservare attorno. Arrivando magari a una giravolta che porti a guardarsi alle spalle e grazie alla quale sia possibile ritrovare
il gusto di una partecipazione gratificante e creativa.
Il ruolo dell’invenzione artistica e narrativa, ma anche degli stessi processi d’informazione, potrebbero solo risultarne nobilitati. |