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Il trentaduesimo appuntamento annuale del teatro povero si sviluppa intorno al tema della "vecchiaia", gią
affrontato molti anni fa in "Vietato invecchiare" (1974).
Lo spettacolo si snoda in un crescendo di quadri che portano al limite del paradossale e del grottesco alcune tendenze leggibili nel
presente: dall'aumento degli anziani alla loro prevaricazione sui giovani, dalla funzione dello stato sociale alla sua metamorfosi in mostro dispotico tendente ad obbligare il cittadino a comportamenti
solo apparentemente gratificanti, ma in realtą opprimenti e vessatori fino al limite della emarginazione e della stessa sopravvivenza fisica.
La naturale reazione a questo stato di cose, l'anelito
alla libertą, per quanto scomoda, si condensa come sempre nel teatro povero, nella rivisitazione del mondo contadino, deposito ancestrale di valori e di modelli alternativi all'attualitą.
Ma il
mondo contadino nella sua arcaica e quasi metafisica fissitą svela la sua limitata capacitą di risposta quando i problemi eccedono le sue angustie operative e ripiomba nel presente l'azione, dove giovani
e vecchi si troveranno a danzare senza conforti il balletto sconcertante dello scambio delle parti, della babele dei comportamenti, un gioco, non si sa quanto cosciente e voluto, in cui si confondono il
frenetico giovanilismo dei vecchi e la rassegnata (ma fino a quando?) senilitą dei giovani…..
Scenario conturbante e preoccupante sul quale si affaccia l'ultima e definitiva delle
provocazioni del mondo moderno: il miraggio dell'immortalitą, reso attingibile dalla scienza e dalla tecnologia, supremo atto di sfida dell'uomo alla sua finitezza, prospettiva che potrebbe congelare la
condizione umana in un limbo senza tempo, solo apparentemente liberato dalle angosce del vivere e aperto invece a tutte le scorribande del business planetario... affascinato dalla sua potenza
rivitalizzante, ma anche dolorosamente colpito dalla sua labilitą, che lo condanna a non coincidere mai con la vita, ambiguo e affascinante moto dell'anima, breve, purtroppo, e, forse, alla fine,
addirittura perdente... tanto da indurre persino alla tentazione di rinunciarvi... se non esistesse da queste parti la convinzione che per pochi di questi momenti vale la pena di sottoporsi a una lunga
fatica…
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