Atto unico Prologo (La luce si accende sulla piazza dove è sistemato un praticabile di discrete dimensioni che ripete la geometria della piazza stessa alto quanto basta a che il pubblico abbia una buona visibilità, sopra il quale, al centro stanno un tavolo e una sedia dove è seduto il fattore della fattoria del Conte Borghesi, che si rivolge ad alcuni contadini, contadini che scaricano il grano). Fattore - Ecco ... siamo pronti ... Che per fare in fretta non ci sia la confusione dell’anno scorso ... Che poi alla fine mancavano cinquanta sacchi ... spariti ... Chissà nelle mani di chi saranno andati a finire ... (silenzio) ... Ne sapete qualcosa voi?! ... No eh! ... già ... nessuno sa niente ... Fattore - (concentrato e con un certo sussiego) ... e con questo fanno cinquanta ... voi di Lucciola bella avete finito ... siamo a posto ... (escono. Rivolto a un mezzadro che è arrivato dalla parte stessa con un sacco sulle spalle) ... Vuota l’ultimo sacco ... Nel mucchio a destra ... Avanti, avanti voi di Casalpiano! (Ad un tratto vede un giovane contadino, che sta in disparte, senza niente, venuto a prendere i sacchi per la trebbiatura dell’indomani). Fattore - (con ironia astiosa) Ohhh ... Ecco il nostro eroe! Bravo! Ho saputo che ti sei dato da fare, non ti contenti di fare e bene quello che hanno sempre fatto, il tuo babbo e il tuo nonno e tutti quelli di famiglia ... gente di lavoro e di rispetto. La tua mamma poi, e la tu’ zia, Isolina, che mani d’oro! Sempre pronte a venire quando la vecchia contessa aveva bisogno e le chiamava. E si contentavano di poco ... e più contente ancora de’ complimenti ... già ... ma un so’ più que’ tempi ... pma tu ... te credi di cambiare il mondo, credi che non lo sappia che sei tra i più sfegatati della lega Colonica ... Bada ragazzo ... (sottovoce con rabbia) Non ciurlare nel manico ... con me non scherzi ... uno sgarro e sei finito ... Io (pausa) ... ho tutta la fiducia del signor conte! ... Sta’ attento ... Perché se un rigate dritto ... a San Martino ... caricate quelle poche cianfrusaglie che avete ... e via ... La disdetta è una gran cosa ... fa calma’ la gente ... (Intanto arriva, vestito elegantemente, il padrone). Padrone - Buonasera a tutti! ... (rivolto al fattore) Buonasera fattore, che è successo? (guarda Rizieri sorridendo) ... Adesso ti riconosco ragazzo, sei il nipote di Agide ... come va (ironico) Ho saputo che ti stai mettendo per certe strade traverse ... bravo ... ma bravo ... Fattore - (ossequioso) Gli stavo proprio dicendo che... Padrone - (freddo e ironico) A chi facevate i complimenti fattore? Fattore - (confuso e imbarazzato) No ... per carità, Dio me ne scampi e liberi ... Non ha capito niente signor conte ... mi scusi ... forse non mi sono spiegato ... gli dicevo ... Padrone - (interrompendolo) Gli dicevate che diventare padroni è difficile? ... O si nasce padroni o si nasce poveri ... padroni non ci si improvvisa ... bisogna saperci fare ... e i rivoluzionari vanno sempre a finir male ... (rivolto al giovane) ... tu non conosci la storia ... ma ci sono esempi chiari, e parecchi ... Rizieri - (con fierezza) Io ho voluto solo incomincia’ a studia’ ... per fa’ meglio ‘sto mestiere ... so’ andato alla Cattedra ambulante di Agricoltura ... E (con più forza) mi so’ iscritto alla lega Contadina ... che c’è di male ... Padrone - Oh figurati ... di male non c’è niente ... davvero niente ... Rizieri ... lascia che te lo dica uno che di libri e di studio ha una certa pratica ... studiare è una bella, cosa ma per gente come te è tempo sprecato e fatica buttata via. Da secoli nelle cronache della Repubblica di Siena siete chiamati “uomini di terra” e staccarsi la terra da sotto i piedi è difficile ... molto difficile. Chissà cosa ti avranno fatto passare dentro codesta testa ... te sognerai questo granaio pieno tutto per te e per i tuoi pari ... non farti illusioni ... hai visto il vaglio, là in fondo al granaio fra poco comincerà a lavorare, col suo rumore, una musica come quella della trebbiatrice nell’aria che sembrano dire: grano ... grano ... grano ... Per me, per il padrone prima di tutti, perché senza di me che ne sarebbe di tutto? E’ chiaro fattore? E’ chiaro Rizieri? (Esce di scena con i due bambini. Silenzioso poi timido coro di saluti rispettosi). Fattore - Sentito? Capito Rizieri? Ricordati poi che ti devi sposare e mettere su famiglia ... e avrai bisogno di una casa e di tutto il resto ... (Il fattore si alza e se ne va seguito dal guardia. In piazza rimane un gruppetto di mezzadri intorno a Rizieri). 1° contadino - (ridacchiando) Te l’hanno cantata chiara Rizieri ... sta’ attento a come ti muovi ... 2° contadino - (deciso) Io continuerei a fa’ chello che ha fatto ... Unn’ha fatto niente di male ... Ci sarà prima o poi un po’ di giustizia a questo mondo ... il sor padrone ... anche lui deve comincia’ a sentissi manca’ la terra sotto i piedi! Rizieri - (calmo, quasi sorridente) Io stò attento, sì, stò attento ... ma vedete ... un mi pare di ave’ fatto niente di male ... qualche diritto ci s’ha anche noi e i mi’ figlioli prima o poi qualche cosa di differente lo vedranno ... (pausa) ... quando la sera è tutto finito mi garba ritorna’ al granaio ... c’è Batino che pulisce il vaglio e spazza il polverone ... Rimango solo sotto quelle grandi volte ... Mi sembra d’esse ‘n chiesa ... c’è qualche lucciola che vola quà e là ... camino sui tavoloni tra un mucchio di grano e l’altro e mi pare di esse’ nel deserto o in mezzo all’oro ... Guardo quelle montagne di chicchi d’oro, tanti quante so’ le nostre gocce di sudore ... allora con quella luce che appena ci si vede ... sogno che il granaio sia di tutti (con più foga) di tutti noaltri ... Mai più mucchi di sacchi che non ci appartengono, mai più (con più dolcezza) ... Sogno sotto quelle volte tante belle forme di pane caldo e profumato, una tavola imbandita e la fisarmonica che suona ... e feste e risate ... (Dopo un attimo di silenzio in cui tutti hanno ascoltato affascinati, c’è una reazione di presa in giro affettuosa). 1° contadino - Sogni Rizieri ... e ci fai sta’ qui a ascoltatti ‘nvece d’anda’ a casa, che ci aspetta una strada lunga e un’alzataccia domattina ... 2° contadino - Gnamo ... vieni via anche te Rizieri, dammi retta ... credi che un’abbi sognato anco io tutte le volte che si trebbiava qualcosa di simile? ... (fa un gesto di stizza) ... Io e i mi’ vecchi e i vecchi de’ nostri vecchi ... gnamo ... forse un’è tanto lontano il tempo che si smetterà di sogna’ ... Rizieri - ... Sì ... te a’ ragione ... ma noi si smetterà di sogna’ quando ci saranno riconosciuti i nostri diritti ... Semo o no omini come tutti quell’altri ... Hanno voglia a chiacchierà ... Loro di parole ne conoscono più di quante se ne conosce noaltri ... è tutta qui la diferenza ... Ma la rabbia che s’ha in corpo è più la nostra che la sua ... Scena prima Quadro primo (Durante la battuta torna il fattore che ironicamente si congratula con Rizieri. Poi lo invita a prendere i sacchi che gli serviranno per la imminente trebbiatura ed infine licenzia tutti. I toni sono aspri. Cambia improvvisamente la luce, che diventa forte e diffusa anche sul pubblico, con un taglio radente e laterale. In piazza è sistemato un praticabile di discrete dimensioni e che ripete la geometria della piazza stessa, alto quanto basta a che il pubblico abbia una buona visibilità, sopra il quale sta, piuttosto vicino al palcoscenico, un tavolo e poco più in là, verso il centro, una specie di colonna quadrangolare, alta circa 3 metri, alla quale è appeso il manifesto che annuncia la conferenza stampa per la presentazione del progetto del museo del teatro popolare tradizionale toscano. Due o tre ragazze dell’ufficio stampa si danno da fare a che tutto sia a posto. Nel corso di questi preliminari le ragazze accolgono uno o due giornalisti che arrivano prima dell’inizio della conferenza stampa, ma che dicono che se ne devono andare perché devono partecipare ad un’altra conferenza stampa. Il clima deve essere moderatamente sovraeccitato. Arriva ora un terzo giornalista. Stesso rituale di prima; viene accompagnata in una delle sedie riservate alla stampa. In platea. Pochi attimi e finalmente, accompagnato da un giovane che gli dà il braccio, arriva il signore che tiene la conferenza. Licenzia il giovane, chiama le fanciulle dell’ufficio stampa e finalmente prende posto al tavolo, aggiusta alcuni appunti, si concentra e poi, finalmente, comincia a parlare). Quadro secondo Il signore che tiene la conferenza stampa - Signore ... signori buonasera ... e grazie di aver accolto l’invito che vi abbiamo rivolto, ma ci tenevamo parecchio a che questa conferenza fosse partecipata (pausa). Qualcuno di voi, costì in sala, si domanderà chi sono ... Ecco ... io sono ... In un certo qual senso, il decano del Teatro Povero e per questo il Presidente mi ha pregato di dare a tutti il benvenuto e tenere questa breve conferenza. Ed è per questa ragione che fra qualche istante vi parlerò del progetto di allestimento del museo del teatro popolare tradizionale toscano che sarà inaugurato fra breve, qui, a Monticchiello. Quello che dirò sarà il completamento e l’approfondimento di quanto sta scritto nel piccolo opuscolo che vi è stato consegnato e riguarderà soprattutto gli aspetti concettuali che sottendono l’idea del museo che è stato definito museo scenografico. Ai tecnici invece, poi, spetterà il compito di spiegare in dettaglio ogni aspetto del progetto di allestimento e le tecnologie relative. (Un silenzio, poi ... sorridendo con complicità) A me piace chiamarlo “tepopotratos museum” che poi non è altro che una sigla, ma ha un suono antico ... e comunque se a voi non piace fate finta di niente, non importa, quello che conta sono i fatti, non le parole. Dicevo che per noi tutti questo è motivo di grande soddisfazione perché dopo oltre 35 anni di vita dedicata al teatro, siamo riusciti, finalmente, a mettere un punto fermo alla nostra attività, che poi non è un punto di arrivo, come si potrebbe pensare, ma è, in un certo qual senso, un punto di partenza. (Si interrompe come fosse distratto da un pensiero improvviso. Poi sorride e prosegue) ... L’altro giorno, non mi vergogno a dirlo, provando alcuni passaggi di questa conferenza davanti allo specchio, mi sono commosso - capirete perché là dove parlerò più in dettaglio del museo e del suo significato - e quando la mia nipotina più piccola mi ha chiesto perché avevo gli occhi lucidi e arrossati, ho dovuto dire che era a causa di una cipolla che mi era capitata così, tra le mani e che avevo tirato subito dopo in cucina (un silenzio) Per la verità mi succede spesso di portarmi in tasca una cipolla, dato che mi piace cucinare in un certo qual senso, ma questa volta non era vero e allora ho dovuto dire una piccola bugia per il motivo che sappiamo. Ora però sono tranquillo e sereno. Ma non divaghiamo e torniamo, come suol dirsi, a bomba ... (un silenzio, poi ...) ... anche se ripensando a questi 35 anni ormai passati e che sono una vita intera, devo dire che sono trascorsi in un volo di farfalla ... pensate 35 anni fa qui c’era ancora la scuola ... la scuola elementare intendo ... e anche l’asilo (guarda l’orologio e fa un gesto come dire “è tardi”, ma prosegue) ... Sì, dicevo 35 anni fa ... la vita del paese era completamente diversa da quella di oggi ... non c’era il teatro è vero ... ma i poderi erano ancora poderi ... il paese era completamente sconosciuto, ma era attivo ... vivo ... qui c’era un fabbro ... anzi due (guarda ancora l’orologio, sorride e prosegue) ... davvero siamo andati così, parlando a ruota libera e allora torniamo alla ragione per cui siamo qui, al tema vero e proprio della conferenza che è quello che voi vi aspettate ed è quello di cui io devo parlare. Anche perché il tempo stringe e fra poco gli architetti, gli ingegneri e tutta questa gente vi spiegherà, per così dire, tutto quello che c’è da spiegare ... (si interrompe bruscamente) I fabbri erano tre. Ora ne sono sicuro. Tre. E potrei citare i nomi se solo facessi un piccolo sforzo di memoria ... ... a proposito di memoria, dimenticavo di dire che a conclusione della serata, per chi desidera restare, sarà offerto un museum-coffee-break, ... questi termini un po’ sofisticati ... ma forse a loro non interessa, mi riferisco alla questione dei fabbri ... e quindi riprendiamo il filo del discorso ... anche se, per la verità, mi viene in mente che c’erano anche due falegnami e di sicuro un barbiere che faceva il calzolaio e un sarto che faceva anche il barbiere ... (un silenzio, poi prosegue) ... pensate che a quel tempo i barbieri, a fine anno, solevano regalare ai clienti più affezionati un piccolo calendario racchiuso in una bustina trasparente le cui paginette erano tenute assieme da un cordoncino con in cima una piccola nappa colorata ... e su quelle paginette erano raffigurate certe ragazze un po’ discinte ... (sorride con malizia) ... Odoravano intensamente di borotalco quei calendarietti ... Così per dire .... A proposito di odori ... nelle osterie ... mi hanno raccontanto che qui ce n’era una ... c’era un odore che io ricordo benissimo ... un misto di sigaro e di vino ... un odore acre che non si dimentica facilmente ... ma non divaghiamo ... parlavamo della conferenza ... anche se c’è da considerare che negli anni, sapete come vanno queste cose, il paese si è impoverito ... lo scenario della civiltà si è modificato ... ecco per esempio ... non si sente più il suono del martello che batte sull’incudine ... oppure il rumore di un’ascia che scalfisce una trave ... o lo scivolare delle ruote ferrate dei carri agricoli sul selciato ... Ma ho ancora divagato dall’argomento e dunque torniamo al tema che ci sta a cuore: il museo! Quadro terzo (A questo punto una delle signorine dell’ufficio stampa che si era accorta che qualche momento prima uno dei giornalisti seduti in sala aveva alzato una mano, si avvicina al Signore che tiene la conferenza-stampa e, parlandogli all’orecchio, lo prega di rispondere alle domande che verranno fatte. E questo per stringere i tempi. Il Signore che tiene la conferenza-stampa acconsente ...) Signore - Ecco sì. Bene. Passiamo pure alle domande se ci sono. Poi dopo magari ... (Ancora una volta una delle signorine si china verso il Signore e gli chiede sottovoce se preferisce che si facciano tutte insieme le domande, cui seguiranno tutte insieme le risposte, oppure se preferisce di volta in volta rispondere. Il Signore dice che preferisce che gli vengano fatte, prima, tutte le domande e che lui, poi, risponderà esaurientemente). Signorina - (ai giornalisti) Allora vi preghiamo di fare tutte le domande ... Alla fine si passerà alle risposte ... va bene? ... (dalla sala si risponde che va bene) Prego ... Giornalista 1 - Mi scuso innanzitutto per il poco tempo che ho disponibile, ma un altro impegno mi sottrae a questa cosa che, peraltro, mi interessa moltissimo ... Sono Gianna Fiore della Valle del “Corriere dei Musei” (un silenzio, poi ...) ... Sono rimasta molto colpita dal progetto (scorre il piccolo depliant che è comunque consegnato anche al pubblico e che contiene la spiegazione dell’itinerario museale) ... dal progetto, dicevo, di questo museo che mi pare abbastanza singolare ... Ecco ... sì dunque vediamo ... Intanto molto bella mi pare l’idea dell’albero rovesciato ... con le radici lanciate nel cielo ... nel futuro ... E’ una bella metafora ... è segnale di forte ottimismo ... è anche la sintesi felice del lavoro che svolgete da decenni con il teatro ... arrivo subito alla domanda ... mi sembra che questo, leggendo quello che c’è scritto qui, sia più uno spettacolo che un museo ... infatti il percorso è un susseguirsi di suggestioni più che un susseguirsi di oggetti esposti ... è così? ... In secondo luogo non le pare che corriate il rischio di costruire una sorta di castello delle streghe? ... anziché un museo? ... subito ho finito ... ancora una domanda ... non era sufficiente un buon archivio organizzato piuttosto che correre il rischio di costruire un gigante con i piedi di argilla? ... (mormorio in piazza) Ancora una domanda - posso? Signorina - Finiamo il giro ... dopo riprendiamo da capo se ce ne è la necessità ... Giornalista 3 - Sono Maria Rinaldini Rizzo del “Corriere d’Europa” ... Qui è scritto ... (apre il depliant e legge) “Il museo sarà allestito in un vecchio granaio che risale alla fine del 1700, che fu di proprietà dei Conti Borghesi di Siena e poi di altri proprietari ecc. ecc. e che è stato acquistato dalla cooperativa del teatro”. Si può dire che l’acquisto del granaio abbia significato, per la comunità, una sorta di riscatto storico dalla propria precedente condizione di subalternità? ... Poi ... il granaio/granaio diventa granio/museo ... ora se questo è vero mi sembra che in tutto questo si annidi una contraddizione ... una sorta di trappola infernale ... di metafora distruttrice ... (mormorio in piazza) ... volevo dire insomma che sorprende che proprio nel momento in cui un luogo denso di significati sociali, umani e politici diventa patrimonio comune, proprio lì viene “esposta”, per così dire, l’anima di quel mondo che, perduta la prima vostra identità, quella contadina ... ve ne ha regalata un’altra ... quella del teatro ... in sostanza mi pare che museificando le radici, museificate il teatro. Quindi voi stessi. (Mormorio in piazza). Giornalista 2 - (Si alza in piedi) Angelo Mangiavacchi Gobetti di “Teatro e Dintorni”. Una delle figure del museo, anche ricca di suggestioni, è la concrezione (legge il depliant illustrativo) “... metafora di un mondo la cui scomparsa ha coinciso con il sopraggiungere di una fase della civiltà che l’ha in qualche modo cancellato ... ecc... ecc...”. La domanda è: quella concrezione, quel grande fossile, non le sembra l’immagine concreta del futuro di questi piccoli paesi ... insomma l’immagine del vostro futuro? (Mormorio in piazza) Giornalista 1 - (Alzandosi di scatto) Perdoni un attimo ma il collega mi ha fatto venire a mente una cosa che vorrei dire, rapidamente sì certo ... Non le sembra che l’albero rovesciato sia un’immagine un po’ troppo provocatoria, arrogante e un tantino presuntuosa? Signore - Lei è giovane ... la capisco ... l’albero rovesciato è per noi metafora di speranza ... vede ... questi piccoli paesi hanno perduto il loro ruolo ... Ora noi non vorremmo tornare al buon tempo antico ... no ... e non vorrei nemmeno che quello che dico fosse scambiato per un qualche giustappunto sentimento, di nostalgia, no davvero ... ma dico questo perché proviamo un gran dispiacere nel vedere quello che succede a questo piccolo grumo di case ... ma c’è poco da fare ... Le cose, si sa ... vanno come vanno ... e la vita non è quella che potrebbe essere o che vorremmo che fosse ... la vita è quello che è ... la gente non si rende perfettamente conto delle ricchezze dei propri luoghi ... Li abbandona con facilità, talvolta li disprezza e anche le istituzioni, così per modo di dire, molte volte sono distratte e le realtà marginali le considerano a parole o forse non sanno che fare, o mancano di idee, di progetti ... certo capisco che è difficile ma ... insomma ... volevo dire che è come se noi ci preoccupassimo solamente degli organi essenziali della nostra circolazione, senza curarci o quasi della fittissima rete di capillari senza i quali ci ridurremmo ad un rozzo abbozzo di corpo umano ... invece di essere qualcosa di stupendo quale esso è ... mah ... (Ancora una volta una delle ragazze dell’ufficio-stampa si accorge che uno dei giornalisti ha alzato la mano e quindi parla ancora all’orecchio del Signore che tiene la conferenza suggerendo un secondo giro di domande. E così si fa). Signore - Sì certo - va bene. Ragazza - Prego! Giornalista 2 - Ho notato che lei, nel corso della conferenza-stampa di tutto ha parlato meno che del museo ... anche se ha tentato di farci credere che poi ne avrebbe parlato ... Perché? Giornalista 3 - Infatti lei ha parlato delle condizioni e delle sorti del paese ... Ragazza - Signori le domande. Per favore Giornalista 3 - Signorina, mi lasci finire ... che senso ha fare domande senza motivarle ... Per favore lo dico a lei ... Ripeto ... Lei ha parlato delle condizioni e delle sorti del paese ... lo ha fatto volutamente ... era una provocazione ... o lo ha fatto senza rendersene conto perché quelli sono i veri problemi di cui avrebbe voluto parlare?! Ragazza - Signori basta così. La conferenza stampa si conclude qui. (In piazza c’è agitazione. Mormorio). Giornalista 1 - Come mai avete sradicato una querce viva, per infilarla nel museo ... (La piazza reagisce. Il clima si surriscalda). Signore - (Con voce molto alta che tradisce un po’ di nervosismo e/o irritazione) Guardi che lei sta dicendo cose senza conoscere la realtà ... lei è scorretta ... (Tensione) Giornalista 2 - Il mio collega ha fatto una domanda legittima cui mi associo anch’io. Signore - La quercia era viva è vero. Ma era destinata al taglio. Noi le abbiamo dato nuova vita e restituito dignità. (Tensione. I tre giornalisti sono in piedi, ma anche molti di coloro che sono in scena). Ragazza - Signori il tempo è scaduto. (Ma la bagarre si infiamma) Giornalista 1 - E’ vero che siete in difficoltà per quanto riguarda il teatro? Giornalista 2 - E’ il museo che vi ha messo in crisi? (Tumulto) Giornalista 1 - Non avete pensato a cosa andavate incontro? (A più voci) - Aspettiamo una risposta! Ragazza - Il tempo è scaduto (I giornalisti imperterriti ripetono incessantemente le domande) Ragazza - La serata deve proseguire con l’esposizione del progetto da parte dei tecnici. Signori ... (confusione) ... (grida) ... Signori per favore! Giornalista 2 - Che senso ha parlare di contadini quando non ce ne sono più da tempo ... Ragazza - Per favore/ (è interrotta) Giornalista 3 - Stanotte ho dormito in un agriturismo che aveva tutta l’aria di essere un albergo a quattro stelle ... Anche per i prezzi ... Per voi non significa niente? (Il tono della bagarre cresce. Le voci si accavallano). Giornalista 1 - Con la scomparsa di Rino Grappi, uno degli ultimi testimoni di quel mondo, avete perduto la ragione stessa della vostra drammaturgia ... o mi sbaglio? (Il clima è torrido. Chi vuol farsi sentire deve gridare. La piazza è in subbuglio. Qualcuno che non era presente accorre da fuori scena). Giornalista 3 - Insomma ... siete o no con le spalle al muro? (La confusione cresce. I giornalisti scendono in piazza confondendosi con altri che si sono alzati. Parlano fra loro. Si salutano e poi escono. Mentre esce anche il Signore che ha tenuto la conferenza-stampa con le ragazze dell’ufficio-stampa che hanno provveduto a sgombrare il tavolo di tutto quanto lo occupava). Rita - (sorride) Signori ... perdonate il piccolo incidente ... il programma della serata comunque non subirà nessuna modifica. Fra qualche minuto si proseguirà con l’esposizione del progetto da parte dei tecnici. Grazie. Scena seconda Quadro primo (Uscita di scena del Signore che tiene la conferenza-stampa. La piazza resta semivuota se si eccettuano le persone - gente del paese - che sono sopraggiunte durante la conferenza e che l’hanno ascoltata con attenzione. Semivuota e silenziosa. I presenti sembrano riflettere su tutto quello che hanno sentito. Qualcuno si alza e va a guardare da vicino il manifesto che comunicava la conferenza e che è affisso su una specie di parallelepipedo che fa parte, diciamo così, dell’arredo della piazza. Qualche altro se ne va salutando appena. Altri si muovono in diverse direzioni e poi tornano sui loro passi come ad ingannare il tempo. Altri ancora siedono da qualche parte. Una si è seduta al posto del conferenziere e un altro addirittura sul tavolo delle conferenze. Dopo un prolungato silenzio costruito nella maniera descritta, qualcuno prende la parola). Uno - Che si fa ... si va Albo - No, io resto. Tre - Io vengo con te. Paolo - Aspettiamo ... mi interessa capi'bene come funziona 'sto progetto del museo Albo - ... ci so' cose che mi so' poco chiare ancora ... sì! Aspettiamo. Uno - No, io vo’ ... gnamo. Paolo - Aspettiamo ... tre - (a uno) Vengo con te (escono) Paolo - Aspettate ... aspettate ... (Pausa, silenzio, alcuni movimenti di scena) Fabio - (improvvisamente) I musei un mi garbano! Paolo - Come?!?! Fabio - I musei un mi garbano ... Per niente. Gabriella - Scusa ... ma ... se un ci fossero i musei come si farebbe a tramanda' la storia del mondo ... Fabio - Con tutte le tecnologie che ci so'oggi ... sai in quanti modi si può tramanda' la storia del mondo ... (un silenzio) ... i musei li sento superati, vecchi ecco! ... Vecchi! Paolo - Ci sei mai stato dentro un museo ... lo hai mai visitato ... Fabio - Sì ... sì davvero. E mi ci sono annoiato ... con quegli oggetti esposti ... tutti in fila ... coi cartellini che appena entri li leggi tutti, poi dopo un poco fai finta di leggerli e alla fine non ne puoi più e manco li guardi ... con quelle bacheche di legno in ordine perfetto ... quel silenzio pesante che ha perfino un odore ... il senso di una vita che non c’è più ... lo scalpiccio dei visitatori che ti stanno davanti e di quelli che stanno dietro ... coi custodi, immobili, che ti guardano senza espressione ... una noia che manco ti immagini ... anzi no ... noia no ... angoscia Paolo - Ma questo è il tuo punto di vista ... Fabio - Certo che è il mio punto di vista ... E ti dirò anche che a metà della visita mi incuriosivano di più le scarpe degli altri visitatori ... se erano sandali o altro ... che tutto il resto ... Paolo - O in che museo sei finito?! Gabriella - No di certo in quello della calzatura, sennò si sarebbe divertito (Risate) Fabio - Insomma sentite ... appena si esce di lì dentro, il caldo o il freddo fuori ... il rumore del traffico, se c’è traffico ... ti da un senso di sollievo ... finalmente respiri a pieni polmoni ... aria ... aria ... Paolo - E come lo vorresti allora un museo ... Fabio - Qualcosa di vivo, da scopri' passo dopo passo, senza troppe spiegazioni e organizzato meno possibile ... ma vivo ... vivo capisci ... vivo. Paolo - Guarda che per salvare nella memoria il grande scenario della mezzadria ci sono due soli modi: o il museo ... o il teatro ... o tutti e due Fabio - Ecco l’hai detto! Per me l’unico modo per salvarlo nella memoria, come dici te, è quello di farlo vivere attraverso il teatro. Gabriella - Ma questo è un museo che si serve del teatro per salvare quel grande scenario ... Che vuol dire museo scenografico sennò! Fabio - Sempre museo è Gabriella - Ma è differente da tutti gli altri ... Insomma è come uno spettacolo ... Anzi è uno spettacolo. E uno spettacolo è qualcosa di vivo ... Albo - Sì, io ci credo ... Accidenti se ci credo ... ci credo ... E sai che ti dico ... che mi piace parecchio sapere che lì dentro ci sono raccolte cose che facevo quando ero giovane ... e mi piace parecchio anche sapere che chi entrerà lì dentro, uscirà sapendo che quando s’era poveri, ma poveri davvero, ci si divertiva ... si stava allegri ... si stava insieme ... e mi piace anche sapere che da altre parti c’era tanta altra gente, povera come s’era noi, che contava poco o niente, contadini insomma, ma che si divertiva come ci si divertiva noi ... Fabio - Quello che dici è giusto ... so’ d’accordo con te ... ma io ho detto che è il museo che un mi garba ... Albo - Allora la gente scoprirà un certo passato ... Fatto di povertà, di lotte, di rinunce, ma anche di un certo divertimento fatto da noi ... e per noi ... Fabio - E c’era bisogno di un museo? Gabriella - Sì, di un museo come questo. Sì ... che incuriosisca la gente ... che ne accenda la fantasia ... che gli racconti quello che non sapeva e che forse mai avrebbe saputo ... Fabio - Ma non era più bello il teatro ... sono anni che si fa ... Albo - Ma quanto credi che duri?! ... guardami in faccia ... guardami ... ecco, ora chiudi gli occhi ... chiudili ... (Fabio esegue) ... ripensa a quella mattina che ti tirai per un braccio, mentre andavi a scuola, sennò finivi sotto una motocicletta ... ti ricordi com’ero allora ... ecco ora riaprili e guardami un’altra volta ... (pausa. Fabio lo guarda intensamente) Albo - ... hai capito o no?! ... Gabriella - E poi per noi questa è stata una grossa opportunità. Persa questa ... che restava di tutti questi anni passati qui, in piazza ... che restava ... niente ... Paolo - E comunque questo è un punto di partenza e no di arrivo ... come non lo so ... no! Un lo so ... Ma per me è così! Gabriella - Anche dianzi, hai sentito, durante la conferenza-stampa ... va bene ... è finita come è finita ... ma mi sembra che l’idea sia piaciuta ... (Un silenzio). Fabio - E quell’idea del granaio che diventando museo potrebbe essere una trappola? ... che ne dite? ... Gabriella - Ma insomma, te critichi, critichi ... criticare va bene se si offrono soluzioni diverse ... Paolo - Ce l’hai un’idea te? Fabio - Sì ce l’ho! Voci - E quale ... Fabio - Che il granaio resti granaio ... Voci - E che ci metteresti dentro, sentiamo, il grano? Ma via ... Fabio - Altre ricchezze ... Voci - Quali ... Quali ... quali sentiamo ... Fabio - (dopo un silenzio) Mi ha colpito una frase in particolare ... (cita a memoria) ... “non vi sembra che la concrezione, per quanto affascinante, possa rappresentare l’immagine del vostro futuro ... L’immagine di voi stessi ...” Non è facile da accettare un discorso del genere ... Albo - Coglionate Fabio - Saranno anche coglionate ... ma le parole pesano ... eppoi ... concrezione ... stalagmite ... fossile ... parole mica tanto allegre ... Paolo - Eh via! Ti fai condizionare da una parola ... Albo - Ma questo fossile, o come si chiama ... com’è ... com’è fatto ... che significa di preciso ... di che colore è ... ecco io lo vorrei vede’ qui ... davanti all’occhi ... toccallo... co’ le mani ... e poi ... che fa ... perché hanno detto quelle cose ... perché ... Scena terza Quadro primo (E appena appare, nel senso che il parallelepipedo inserito nell’arredo della piazza si trasforma in concrezione, appena appare, le persone si avvicinano lentamente. Osservano ... con attenzione. E accompagnano l’osservazione con un mormorio che esprime inquietudine ma anche il fascino che emana l’oggetto). Paolo - Eccola. (Qualcuno tocca il materiale di cui è fatta). Albo - Cemento armato (la tocca) - ... grigia ... (qualcuno la descrive) Andrea G. - Un tavolo ... (osserva meglio e scopre il graffito) ... qui c’è inciso un nome ... Gos ... Gostino ... sì Gostino Gabriella - E qui c’è un disegno ... no è un pezzo di pagina di un quaderno ... qui c’è una data ... 12 ottobre ... non si capisce ... è cancellata ... (Prosegue l’osservazione e la scoperta) Fabio - Qui c’è un foglio ... dentro il cemento ... sì ... (legge) “buonasera signore e signori ...” Paolo - E’ un pezzo di bruscello codesto Albo - No è la vecchia ... "Buonasera signore e signori ... questa sera si sega la vecchia ....” ... Quando si segava la vecchia ... era uno spettacolo che si faceva in campagna ... si girava per tutti i poderi ... e quando si entrava in casa si chiedeva il permesso e si cantava ... Poi si faceva lo spettacolo, si raccoglieva qualche uovo e si andava via ... in un altro podere ... Rosanna - (Toccando la concrezione) E' fredda ... (Qualcuno tocca il foglio di carta incastrato nel cemento e parte un’immagine che si proietta sul muro di una casa ... e parte anche l’audio, un pezzo di “vecchia”. Poi silenzio e subito altre immagini). Poderi diroccati Foto di famiglie di contadini di molto tempo fa Una scena di un maggio garfagnino Paolo - (a Fabio) Ecco com’è il museo. E’ questo. E’ così ... così capisci. E’ così ... (Altre immagini) Una maggiolata La focarazza di S. Caterina Poderi diroccati Interni Oggetti Scarpe Poi paesi vuoti, strade deserte Voci - Dove siamo qui ... - In Maremma - No. Sì, in Maremma ... - In montagna. Nell’Appennino ... (Proiezioni) Visioni di spazi ampi Strade bianche Un paio di poderi diroccati Persiane chiuse Strade di un paese Una chiesa (anzi: la vista parziale e fugace di una chiesa) (Qualcuno dei presenti trasale) Andrea V. - Hai visto?! Andrea G. - No. Che dovevo vedere ... Andrea V. - Niente, niente ... (Altre immagini ... una serie di persiane chiuse. La gente ammutolisce. Qualcuno si guarda intorno. Uno esce di scena correndo mentre scorrono altre immagini. E molte di queste sono riconoscibili come luoghi del paese. Alcune sono sfuocate, rovesciate, sovrapposte, bruciate, a colori, intervallate da primi/primissimi piani di visi, di mani scarne, attrezzi da lavoro, cartelli stradali che indicano paesi e chilometraggi ... Poi una scena di teatro: un sipario che si chiude - se si adoperano immagini in movimento). Porte La chiesa La porta La torre Il viso/i visi di chi è in scena La piazza del teatro. Questa piazza (La curiosità si tramuta in sorpresa, poi in sgomento. Dalla concrezione escono voci ...) “Gesua ... Gesua dove sei ... (Voce interrotta ... e un canto) “ La tradizione antica di Monticchiello ... (eco) ... ci fa rappresentare in questa piazza quanto su questo colle fu di bello (la voce si inceppa. Si riparte all’infinito) “ Rumori di prove” “ Risate” immagini di scena I visi di chi è in piazza ... immagini fisse, bloccate. Oppure in lentissimo movimento. (Poi silenzio ... E ancora una ballata: “Ora torniamo alle radici del grande esodo della campagna furono le donne le promotrici ...” (Lo sgomento è palpabile. In piazza ci si guarda con stupore ... come a volersi riconoscere ... mentre continua a scorrere la ballata di uno degli spettacoli di Monticchiello ... E mentre succede tutto questo qualcuno grida ...) Rosanna - Dove siamo ... dove siamo ... Franco - Non lo so ... Giovanna ... (chiama qualcuno) (Silenzio) (Ora un altro sale precipitosamente su una scala, bussa freneticamente alla porta ma nessuno risponde. Un altro ancora ripete l’operazione mentre molti chiamano nomi ma non ottengono una risposta). Andrea V. - Che hai visto ... (ad Andrea G.) Andrea G. - Facce ... Ho visto dei visi ... proiettati lì ... in quella parete ... (guarda)... ora non ci sono più ... Andrea V. - Hai visto altro?! Andrea G. - Altro? Andrea V. - Sì altro. Andrea G. - No Andrea V. - (lo scuote) Bugiardo. Sei un bugiardo. Te lo dico io che hai visto ... (L’altro tace mentre il primo incalza) Andrea V. - Hai visto il suo viso ... lì ... la tua faccia e la mia ... e la sua ... E le strade del paese ... E voi ... (a tutti) ... l'avete vista questa piazza ...Rispondete ... l'avete vista?! (La luce cambia improvvisamente e si fa fredda e tagliata) Andrea V. - E hai visto la chiesa e la porta del paese. E quella strada ... quella! E questa piazza ... Sì o no! Rispondi, l’hai vista ... (Pausa). Rosanna - Che è successo ... Oddio! Che è successo?! Scena terza Quadro secondo (Nessuno parla più anche se continua il movimento che pian piano si riduce a immobilità mentre sopraggiungono i tre giornalisti vestiti con la divisa di custodi. Con in mano delle torce elettriche che saettano quà e là lame di luce ...) Voce - Che si fa ora ... Rosanna - Non lo so ... ma qualcosa si deve pur fare. (E intanto le persone si bloccano nelle posizioni assunte un attimo prima. Terminato il giro di ispezione da parte dei tre “custodi” e dopo un breve silenzio consumato nell’immobilità, in scena si produce un lento movimento dei presenti che si rianimano. Una tenue luce azzurrina, notturna, è diffusa in tutta la piazza. Dopo qualche attimo di silenzio si comincia a parlare). Gabriella - Siamo qui. Il paese ora è deserto. C’è silenzio e noi siamo qui dentro. Ecco dove siamo. Paolo - Ci avevi mai pensato di essere il frammento di un museo? ... Gabriella - No. Mai. E’ solo ascoltando le parole di stasera che ho capito e poi ho visto. (Pausa) Rosanna - Domani sarà un giorno differente da tutti gli altri ... Paolo - Da domani il museo siamo noi ... Franco - Già (Pausa) Paolo - E non te n’eri mai accorto? Franco - No. Ero troppo distratto. Poi improvvisamente ho visto chiaro. Ma bastava guardare, osservare, ascoltare quello che diceva la gente, ma anche quello che si diceva noi, bastava stare più attenti a quello che NON succedeva intorno a noi e avremmo capito subito ... Denise - Allora è tardi? Non c’è più niente da fare? Paolo - Da fare c’è. Sì. Però molto dipende da noi ... dalla nostra volontà ... dalla nostra testardaggine, dalla fantasia ... dalla fiducia in quello che siamo capaci di fare, senza lasciarsi andare ... lottare, lottare ... lottare sempre. Anche quando sembra che ti caschi addosso il mondo intero. Denise - Non è facile. Paolo - Lo so. Ma nella vita si possono fare milioni di cose. Basta volerle, si deve reagire, magari liticare, ma reagire. Sempre. Franco - E allora non ci resta che trovare una soluzione per uscire di qui ... da questa situazione. Denise - Andarcene? Emigrare? Paolo - No. Mai! La soluzione è qui, dentro di noi. Forse è in questa piazza. O forse è da qui che deve prendere il via. Non lo so ancora ... (Pausa. Silenzio ...) Gabriella - E’ domani il giorno dell’inaugurazione? Franco - Nessuno lo sa. Denise - E’ tardi Franco - Forse. Gabriella - Abbiamo tempo fino all’alba. Denise - Abbiamo tempo tutta la notte allora (Pausa, silenzio) Andrea G. - Gli altri dove sono? Franco - Arriveranno. (Lunga pausa.) Fabiana - Il granaio va conquistato (Movimento, sorpresa) Gabriella - Come hai detto? (Le voci si ripetono, sussurrando la frase agli altri) Fabiana - Ho detto che il granaio va conquistato con un colpo di mano. Solo che ci vuole un’idea giusta, forte. Gabriella - L’idea c’è già mi pare ... E’ quella del museo ... Rosanna - No. Il museo non è garanzia di vita. E’ importante certo, ma non è la vita. E noi, ora, vogliamo la vita. (Altri si aggiungono ai primi nell’azione di smontaggio) Arturo - Siamo in trappola. Chi vuole vivere qui non sa come fare. Le abitazioni costano in media 6 milioni al metro quadrato ... Chi ha la casa la tiene stretta. Chi vende preferisce vendere a gente che viene da fuori perché conviene di più ... chi non vende nemmeno affitta ... chissà perché ... Comunque liberi di farlo. Costruire non si può. Vincoli da tutte le parti ... e va bene ... Ma allora che si deve fare? Per approvare un piano regolatore ci sono voluti anni ... E con quali risultati poi? Che se vuoi costruire ci vogliono centinaia di milioni ... Speculazioni? ... può darsi ... non voglio giudicare ... E chi ce l’ha tutti quei soldi ... Un giovane che deve mettere su famiglia? ... No davvero. Allora si canta il solito ritornello: non ci sono le case, che si deve fare ... si va via. Gabriella - (appartata) E magari se ci fossero nessuno le vorrebbe ... Arturo - Forse Gabriella - Allora le ragioni stanno da un’altra parte? Arturo - Forse Gabriella - E’ cambiato il mondo? Paolo - Sì, è cambiato il mondo e a me, questo, è un mondo che non mi piace ... Denise - Quello che dite lo condivido. Ma perché proprio noi si devono risolvere problemi di questo tipo. Le istituzioni che ci stanno a fare ... ce l’hanno un’idea vaga di quello che gli succede sotto il naso? Quanti sono i paesi che lentamente diventano musei ... ricchi di storia ... di architetture ... belli, stupendi ma oramai solo da visitare e non più da vivere secondo le abitudini di oggi ... La nostra parte, noi, s’è fatta ... per anni ... In fondo siamo gente normale come tutti ... e ora siamo così, disorientati ... Perché si devono prendere responsabilità che non ci competono? ... perché ... (e torna a svitare con rabbia) Rosanna - Perché mi pare che non ci siano altre soluzioni. Franco - Sono d’accordo con te. Paolo - Anche io Fabio - Anche io Franco - Solo che ci vuole davvero un’idea forte. Fabiana - (Raggiunge con decisione il mobile in primo piano) La casa. Gabriella - Come la casa! Che vuol dire? Fabiana - Vuol dire che con lei (accenna a Rosanna) se n’è già parlato ... Andrea G. - E con gli altri? Fabiana - Ne parleremo quando arriveranno qui ... fra poco ... Gabriella - Ma perché dite così ... ci sono impegni precisi ... soldi già spesi ... parecchi ... Ormai è quasi tutto fatto ... E poi che vuol dire la casa ... Fabiana - Vuol dire che invece del museo, nei locali del granaio si devono costruire degli appartamenti ... (mormorio di sorpresa, ma anche di incertezza) Ma vi rendete conto di quello che dico ... (Un silenzio carico di tensione. Sguardi che si incrociano. Poi Franco raggiunge rapidamente il contenitore degli attrezzi. Lo rovescia in terra e compaiono gli svitatori. Tutti, senza parlare, ne afferrano uno e cominciano a smontare la scena. Chi non agisce guarda attentamente). Gabriella - Fermatevi ... Prima parliamo ... cerchiamo di capire ... (Chi adoprava lo svitatore si ferma). Rosanna - (si alza) Quante volte se n’è parlato ... tante, tante volte ... quante volte ci siamo chiesti, forse distrattamente, se il museo significasse la vita oppure la fine di tutto ... Arturo - (al centro) Allora ... quel museo non è un passo avanti ... Franco - (si alza) Forse nessuno ci aveva pensato veramente. E soltanto stasera ci siamo visti come riflessi in uno specchio ascoltando quelle parole ... (Una pausa più lunga delle altre, poi ...) Fabiana - Allora? ... (Un silenzio. Colonna sonora. Il primo sogno. Poi qualcuno afferra uno svitatore e ricomincia a smontare la scena. Poi un altro ancora mentre il dialogo prosegue. Da qui in poi il dialogo si svolge mentre le persone smontano pezzo per pezzo la scena accatastando il legname. E’ ovvio che l’azione, se pur vera, deve comunque essere fondamentalmente simbolica ed è altrettanto ovvio che le battute bloccano le azioni, come è anche vero che ad ogni riflessione il numero di coloro che agiscono cresce. Solo Gabriella, seduta da un canto, lavora a maglia e Andrea G. guarda). Quadro terzo (E mentre l’azione descritta si fa quasi frenetica con il ronzio fastidioso degli svitatori che demoliscono la scena-museo, entrano in piazza coloro che erano attesi senza che nessuno dei presenti se ne accorga. I sopraggiunti, entrati con piglio deciso, di fronte a quello che vedono restano perplessi ... Ma, dopo qualche attimo di incertezza, si fanno avanti e dicono ...) - Ma che fate ... (Nessuno risponde) (Poi ancora) - Che fate ... dico a voi ... (forte) Che fate?! (Ancora una volta coloro che stanno smontando la scena-museo non rispondono, intenti come sono a compiere l’azione; mentre chi di loro non agisce guarda ipnotizzato quello che sta accadendo. Allora, gli ultimi arrivati sono costretti a bloccare fisicamente chi lavora allo smantellamento. Così, dopo un breve ed “incruento” corpo a corpo si riesce ad ottenere silenzio ed attenzione). Luchino - Che fate ... Andrea V. - State facendo esattamente il rovescio di quello che si deve fare! (E mentre dice questo Alpo va a ricomporre un'asse sul palcoscenico). Luchino - Il museo va potenziato, non distrutto ... è un grave errore ... voi non avete capito niente ... Franco - Siete voi che sbagliate ... fermatevi. Andrea V. - No. Noi non ci si sbaglia ... noi si cerca di reagire a tutto quello che ci succede intorno Paolo - Anche noi si fa la stessa cosa ... Luchino - Voi distruggere qualcosa che è patrimonio di tutti ... Franco - Non è vero ... E’ solo che non ci vogliamo arrendere ... Paolo - La nostra scelta è la vita ... Luchino - Su questo siamo tutti d’accordo ... ma l’idea vincente è un’altra. Rosanna - E qual’è allora ... quale ... Luchino - Il business ... la ricchezza ... Voci - Come??!! Luchino - La ricchezza ... il business ... l’unica soluzione che ci può tornare utile ... Rosanna - Io non so di quale ricchezza parlate ... Noi s’ha in mente che la vita è l’unica ricchezza vera! Luchino - Utilizziamo tutti gli spazi disponibili Rosanna - Trasformiamoli in abitazioni Andrea V. - Convinciamo la gente a trasferirsi invece Fabiana - Ci stanno dentro cinque o sei famiglie. E’ questa la nostra ricchezza. Luchino - Arrediamo il paese come un grande unico, immenso museo. Andrea V. - Facciamo pubblicità .... Attrarremo gente da tutte le parti ... Voci - Poi - Poi? - E poi? Luchino - Lo vendiamo. (A questo punto l’azione si blocca di colpo. E si fa silenzio ... Le due idee si fronteggiano). Paolo - E questa sarebbe la soluzione conveniente? Andrea V. - Sì. L’unica ... Costruiamo una società con tutti gli abitanti ... anche con quelli che se ne sono andati da qui ... Vendiamo il museo ... Lui fa da mediatore (e indica Alpo) Alpo - Ho già il cliente ... Anzi due ... Luchino - Col ricavato ricostruiamo il paese in una zona più moderna ... una zona da vivere Alpo - Con tutti i servizi necessari ... a un passo dall’autostrada ... non lontani dalla ferrovia ... Luchino - Fermati qui Alpo - I compratori vogliono investire in cultura ... milioni ... miliardi ci aspettano ... Luchino - Fermati Alpo - Loro comprano tutto ... campi, boschi, paesi, piazze, monumenti ... tutto ... Luchino - Fermati Alpo - E noi gli vendiamo tutto ... campi, boschi paesi, piazze, monumenti ... tutto. E poi anche l'anima. Luchino - In questo modo ricostruiamo l’anima del paese ... un’anima moderna finalmente ... un’anima più amata ... da molte parti stanno facendo quello che si vuol fare noi ... (Un silenzio) Luchino - Allora? Paolo - (secco) NO. Alpo - Nooo??!! ... come no?!... (Ma Paolo, preso uno svitatore, con decisione scardina la tavola centrale della scena dividendola di fatto in due. Allora lentamente la gente sceglie il proprio campo. Contribuendo a formare, così per modo di dire, due “eserciti” che si fronteggiano. E mentre questo succede, dall’alto della scena compare una donna che scende lentamente cantando una ballata che descrive, epicizzando, lo scontro tra i due eserciti che intanto si “armano” con alcuni oggetti rudimentali, oggetti da museo). Ballata In terra di Toscana, v'è un castello circondato da boschi e grigie crete il nome ve lo dico: è Monticchiello ma forse questo, tutti lo sapete. Un certo giorno, un fatto capitò sentite amata gente ... sentite come andò. Da tanto tempo la popolazione lottava per la sua sopravvivenza in una civiltà ch'era cambiata e dove legge era la convenienza. Ma quella lotta, difficile si fe' perché nel mondo ormai, ognun pensava a sé. Quella gente però, teneva duro anche se si diceva ch'era pazza, e a costo di schiantarsi contro un muro un anno dopo l'altro andava in piazza. Finché una sera, all'improvviso fu convinta di non farcela, non farcela mai più! Poi sul perché di quella convinzione ragionarono insieme e anche parecchio finché gli apparve chiara situazione come fosse riflessa in uno specchio. E in quell'istante, rabbia li conquistò e il cuore della gente, di colpo si fermò. Cercarono millanta soluzioni chi propo,neva fatti e chi altre imprese. Ognun chiedeva all'altro approvazioni per stabilir le sorti del paese. Ma questa volta, accordo non ci fu E neanche ci sarebbe, sarebbe stato più. Sotto il cielo stellato di un granaio finito il tempo della tribbiatura col vento della sera giunse voce di una battaglia vera, aspra e dura. Pronte le armi, forte un grido echeggiò e in tutta la vallata, quel grido risuonò! Gli eserciti guerrieri sono in campo pronte le armi già tenute in pugno, gli sguardi ora saettare come lampo sì temporale nel mese di giugno. I capitani, ormai son pronti già pronti per la battaglia, pronti per guerreggiar. Il sole va, sparisce all'orizzonte, mentre le armi luccicano forte. La polvere si posa sulla fronte, si comincia a sentire odor di morte. E' giunta l'ora, l'ora è giunta d igià. Indietro non si torna, si deve guerreggiar. (Gli “eserciti” sono pronti, ora, allo scontro, la donna canta, mentre una ragazza esce, correndo, da uno dei due gruppi. Sale le scale dell’edificio del guardaroba del teatro. Dà un violento colpo alla porta cui corrisponde il blocco della scena in piazza e l’improvviso cambio di luce che riporta alla realtà). Scena quarta Quadro primo (Poi comincia a scaraventare in piazza tutto quello che trova in guardaroba - vestiti, panni, cappelli ed altro - producendo un grande sconcerto. Poi, trascinando rumorosamente per le scale una valigia vuota, torna in piazza ... si ferma, si siede sfinita sulla valigia e dice ...) Donna - Ecco dove siamo veramente. Siamo qui. In questa piazza che forse non siamo più capaci di vivere come un tempo. Ma siamo qui. Quadro secondo (E allora a questo punto, lentamente ma con pazienza, si comincia a riordinare gli abiti del guardaroba. Chi raccatta, chi ripone, chi attacca sulle grucce. Ma tutto con estrema lentezza e determinazione. Fino a che Gabriella, presi alcuni panni e sistemati alla meglio intorno alla concrezione, comincia a trasformarla, aiutata da tutti gli altri - mentre parte una opportuna colonna sonora - in albero rovesciato. La luce torna teatrale. Meglio: un forte suggestivo controluce. Lentamente a buio).